Occhi suoi che vedevano oltre l’errore
Delle acque, udì sol rompere quel grido
Che lancia dalla sua rupe l’astore.
Ed una turba ignota che aveva nido
In antri e spechi vide,ed a quei mesti
Disse:-venite a me. Ecco, io vi guido
Verso il Sogno. Rifiorirà con questi
Sterpigni luoghi anche la vostra vita,
E a voi saranno tutti manifesti
I doni della terra. – Redimita
La fronte del gran Sogno, cosi’ il saggio
Parlo’ ai dolenti e egli umili; e brandita
Con le mani incolpevoli, nel raggio
Del sol, la scure, irrompe tra le selve
Profonde e tra idirupi.Al suo passaggio
Cadean le secolari ombre e le belve
Ed egli urgeva,e alla siderea testa
Grandeggiava ancor l’ombra,egli il divino
Incendio indusse, e suscito la festa
Delle pronube fiamme.Indi, al mattino
-Ardean sui monti gli astri ultimi e i roghi-
Apri dei solchi. Procedano i giochi
Lenti, silenti: ed ei con atto grave
La stiva dalle valli agli alti luoghi
Reggea come il timone d’una nave
Volta a lidi promessi. Le sementi
Dalla sua mano si spargean soavemente
sulla pia terra, e dai ridenti
Cieli scendeano augei non visti in pria,
Sugli aratri sui solchi e le sorgenti:
Poi risalian con nuova melodia
Cantando oltre le nubi, incontro al sole,
Sì che il ciel ne tremava d’ armonia
E parole di pace, altre parole
Non mai prima profferte, da quei cuori
Tetri rompeano, come romper suole
Dal greppo l’ elce. Ed ecco dai pianori
Crescer la messe che dà il pane, e in serti
Pampinei la vite che i dolori
Sciogliere e le cure. Oh scesa dagli aperti
Cieli, da tutti i cieli, alba invocata
Nell’ombra! Ora non più per i deserti
Salti con occhio torbido l’ uom guata
Il fratello, né più van come lupe,
E scalze e scarne sovra la brinata,
Tristi donne accattando delle cupe
Macchie la bacca del lentischio e il frutto
Del caprifico su da rupe a rupe
Ché già da tutti gli orizzonti a tutto
Redentore, ed il fremito del frutto
Vinto, e il brusir dei solchi, balza il coro
Arvale, e assiduo spende ad ogni cuore
Dall’ aie colme di covoni d’ oro
Il tuo spirito, o Dio Seminatore!
Sebastiano Satta
dalle scandule brune, tra il nevisco,
etre donne sfornavano e infornavano
al lume del lentisco.
Venne uno stormo di fanciulli- O zia
un pane. – Và in malora
-O zia, zietta mia,
un pane.- Và in malora –
- O zia, mammina mia,
Un pane… - Và in malora!
Ah che dopo l’avaro
Diniego, ingrato e amaro
Si fece il pane! E allora
Passò Gesù bambino;
Gesù bambino venne
Al borgo di Barbagia:
- Donne, un pane!- Per te, vieni, piccino.-
E una donna distese
Un po’ di pasta d’orzo sulla bragia:
Ed ecco che quel poco
Divenne molto, e sì divenne grande
Quel pane che a sfornarlo
Ci vollero tre pale.
Chè sempre cresce e crescerà più sempre
Il pan della Bontà.
Sebastiano Satta.
Sos trigos sunu che mare
cun lughentesas de oro.
Massagiu allegrad’incoro
e preparad’ a messare.
Amentas como sas dies
umidas, frittas d’ atonzu,
cand’ a su nieddu aronzu
falèin sos primos nies?
In cussos tristos meries
insustu, a cappotto ’e saccu
faghias fogu in barraccu
pro ti poder ristorare.
Massagiu allegrad’incoro
E preparad’ a messare.
Sos buscos tott’ ispozàdos
pianghian issos puru
sutta de su chel’ iscuru
subra sos montes niados.
Sos boes aprovendados
papaian tristamente
ca intendian potente
sa temporad’ avanzare.
Massagiu allegrad’incoro
E preparad’ a messare.
A domo ti ses regortu
fattu àteras fainas;
in sas serras muntaghinas
s’ aronzu tuo fit mortu.
Dromeit s’aradu tortu
in mesu a frascas siccadas,
falein mannas niadas
su logu tottu ammantare.
Massagiu allegrad’ incoro
e preparad’ a messare.
E tue in sas dies tristas
chi non cherian finire,
fisti costrintu a vivere,
subra sas fattas provvistas.
Ma como chi sas aristas
de su trigu sun doradas
olividas sas temporadas
olividas dogni penare
Massagiu allegrad’ incoro
e preparad’a messare.
Miras superbu e cuntentu
su fruttu tuo cumpridu,
chi si fittit tott’ unidu
a dulches alidos d’ entu.
Pustis tantu patimentu,
pustis tanta dura pena
torrat s’ anima serena
ttorrat su coro a cantare.
Massagiu allegrad’ incoro
e preparad’ a messare.
In terra non b’ hat dulzura
non b’ hat gioia cunsagrada
si prima no est passada
che burrasca sa tristura.
Tottu enit a misura,
benit tottu cumpartidu.
Cunfrome a su ch’ has patidu
podes su bene ispirare.
Massagiu allegrad’ incoro
e preparad’ a messare.
Montanaru
Le spighe sono come un mare dai riflessi d’oro.
-Contadino rallegrati nel cuore e preparati a mietere!
Ricordi ora i giorni umidi e freddi d’autunno, quando caddero le prime nevi sul nero campo arato? In quelle tristi sere, tutto bagnato, coperto dal cappotto col cappuccio accendevi il fuoco nella capanna per poterti ristorare.
Contadino rallegrati nel cuore e preparati a mietere.
I boschi completamente spogli piangevano anch’essi sotto il cielo oscuro sopra i monti innevati, i buoi foraggiati mangiavano tristemente perché avvertivano l’avvanzare di un impetuoso temporale.
Contadino rallegrati nel cuore e preparati a mietere.
Ti sei rifugiato in casa assieme ad altri lavoratori; nelle cime di montagna il tuo campo arato era morto.
Dormiva fra le frasche secche, l’aratro ritorto. Cadevano abbondanti nevicate a aricoprire ogni cosa.
Contadino rallegrati nel cuore e preparati a mietere.
E tu nei tristi giorni che non volevano finire, eri costretto a contando sulle provviste reccolte. Ma ora che le spighe sono dorate dimentichi il brutto tempo, dimentichi ogni pena.
Contadino rallegrati nel cuore e preparati a mietere.
Ammiri, fiero e allegro, il tuo frutto maturo che si piega tutto insieme ai dolci attimi di vento. Dopo tanto patimento, dopo tanta dura pena l’animo si rasserena, il cuore torna a cantare.
Contadino rallegrati nel cuore e preparati a mietere.
In terra non c’è dolcezza, non c’è gioia certa se prima non è passata la tristezza come una burrasca.
Tutto è calibrato, tutto viene ripartito. In base a quanto hai sifferto potrai aspettarti cose buone.
Contadino rallegrati nel cuore e preparati a mietere.
I buoi s’impastoiavano fra le erbe.
Sparse a quattro sotto i piedi
sulle strade assolate del paese
stendevano un pavimento verde verde.
E altre fronde appese alle pareti
sulle ali delle piccole case
dove vive la gente di campagna
in famiglie d’umane creature,
un mare d’erbe ondoso e fresco
miracoloso nelle terre deserte.
Spighe primiziali, fiori di maggio
cingevano le corna di quei buoi
componendo una luna in ogni testa
come quando la luna nei quarti
leva, bestia lucente, corni d’oro.
E queste teste sembravan coronate
per rabbonire le occhiate sinistre
della luna, che in cielo alto lucendo
di notte in notte, dai tempi più antichi,
si va impregnando, da quando essa appare,
di umori segreti, cosi come vanno
empiendosi le bestie ingravidate
e ogni ventre di donna congiunta
e ogni frutto dopo che il fiore
lambito dall’ape, umile, si spogla.
Ai contadini gli lucevano gli occhi
a quel pridigio di bestie mutate
cariche di profumi e fiori gialli
di erba viperina e rosolacci
e di ghirlande di rose e pervinche.
E procedevano appresso l’uno e l’altro
In doppia fila, chiedendo i conti
In confidenza al loro santo;
lentamente, col pugnolo in mano
dominando e guidando la sfilata
delle bestie compagne della luna
su quello scorrente fiume verde.
Alto sul carro veniva santo Isidoro
umilmente, a stratte, barcollando,
segaligno, bruciato dal sole,
sembrava rendesse a grappoli doni
a tutti quei massari offerenti.
E fanciulli incedevano innanzi
seguiti a ondate dai fiori
e da tutte quelle bestie mugghianti
aggiogati tra loro, le mani sulle spalle,
a due a due, suonando leoneddas
alto levando crocette di canne.